Le rappresentazioni fuorvianti della demenza di Hollywood: perché sono importanti

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La rappresentazione della demenza fatta da Hollywood è spesso imprecisa, dannosa e perpetua pericolosi stereotipi. Dalle nonne demoniache dei film horror ai cali eccessivamente semplificati dei drammi, l’industria dell’intrattenimento spesso fraintende drasticamente la realtà del declino cognitivo. Questa falsa dichiarazione non è solo un difetto creativo; modella la comprensione pubblica, influenza le percezioni della famiglia e ritarda l’intervento medico cruciale.

Il problema della licenza drammatica

Un luogo comune è il rapido ed esagerato deterioramento osservato in film come “La cattura di Deborah Logan”, in cui l’Alzheimer viene descritto come una corsia preferenziale verso un comportamento violento ed irregolare. Anche film ben intenzionati come “Le pagine della nostra vita” non riescono a saltare la progressione lenta e graduale della malattia, dando agli spettatori la falsa impressione che la demenza colpisca all’improvviso anziché manifestarsi nel corso degli anni.

Il neuropsicologo Tom Kiely sottolinea che queste rappresentazioni spesso riducono gli individui affetti da demenza a caricature unidimensionali: deboli, fragili, infantili ed emotivamente vacanti. La realtà è molto più complessa.

Il pericoloso legame tra demenza e male

L’associazione tra demenza e violenza va oltre l’orrore. Anche gli spettacoli tradizionali come “The Rookie” della ABC hanno presentato personaggi affetti da demenza che si rivelano essere serial killer, rafforzando l’idea che la condizione equivale a un pericolo immediato. Questa fusione, come descritta dal professor Lee-Fay Low, crea “mostri vulnerabili” nell’immaginario pubblico.

Ciò è particolarmente pericoloso perché le famiglie potrebbero rivolgersi ai media per capire e ricevere invece una narrazione distorta e basata sulla paura.

La reale progressione della demenza

La malattia di Alzheimer, che colpisce circa 7 milioni di americani, non si limita a cancellare la memoria da un giorno all’altro. Progredisce per fasi: una fase iniziale “stealth” in cui sono colpite poche cellule, seguita da un declino cognitivo che può richiedere decenni per manifestarsi completamente.

La realtà è che la perdita di memoria non è sempre il primo o il sintomo più evidente. I cambiamenti della personalità, la volatilità emotiva e le difficoltà linguistiche sono spesso trascurati a favore di drammatici vuoti di memoria. La malattia non consiste solo nel dimenticare i nomi; si tratta di perdere le inibizioni, provare confusione e subire profondi cambiamenti comportamentali.

Come Hollywood può fare meglio

Alcuni film offrono rappresentazioni più sfumate. “Still Alice”, interpretato da Julianne Moore, descrive accuratamente le prime fasi dell’Alzheimer, mostrando la devastante perdita di identità e la lotta per adattarsi. “The Father”, con Anthony Hopkins, immerge il pubblico nella confusione del declino cognitivo, offrendo un’esperienza viscerale e accurata.

La chiave è allontanarsi dalla demenza come espediente narrativo e dirigersi verso una rappresentazione realistica dell’esperienza vissuta. Mostra momenti di competenza insieme a disabilità, evidenzia strategie per l’indipendenza ed esplora le difficoltà delle famiglie che si adattano alla malattia.

Anche i documentari, come “A Road Trip to Remember” di Chris Hemsworth, sono efficaci. Seguendo esperienze reali e trattamenti come la terapia della reminiscenza, offrono una visione più genuina della demenza.

In definitiva, Hollywood deve riconoscere che una rappresentazione accurata non è solo una questione di sensibilità, ma riguarda lo smantellamento degli stigmi dannosi e la promozione di una comprensione informata. L’industria ha la responsabilità di rappresentare la demenza con la complessità e l’umanità che merita.